Reiki Kinesiologia

Sofocle - Edipo Re Parte I

Edipo Re

Parte II
Parte III
Parte IV
Parte V

PERSONAGGI:

ÈDIPO

SACERDOTE

CREONTE

TIRESIA

GIOCASTA

NUNZIO da Corinto

SERVO di Laio

NUNZIO dalla casa

CORO di vecchie Tebane

Piazza dinanzi alla reggia d'Èdipo. Al principio dello spettacolo, una moltitudine di persone, bambini, giovani, vegliardi, si aduna dinanzi alla reggia, protendendo rami avvolti in bende di lana, e levando implorazioni. Poco dopo, sulla soglia della reggia appare Èdipo.

ÈDIPO:

O nuova stirpe del vetusto Cadmo,

figli, perché, venuti alle mie soglie,

tendete i rami supplici? D'incensi,

di peani, di pianti, è piena tutta

la città. Figli, non mi parve bene

chieder notizie a messaggeri: io stesso

son qui venuto: Èdipo: il nome mio

è chiaro a tutti. - O vecchio, ora tu dimmi,

ché degno sei di favellar tu primo,

perché veniste? Per pregare? O quale

terror vi spinse? Ad ogni modo io voglio

darvi soccorso: se di tante preci

non sentissi pietà, non avrei cuore!

SACERDOTE:

O tu che reggi la mia terra, Èdipo,

vedici innanzi all'are tue prostrati,

supplici d'ogni età: questi, che poco

stendono ancora il volo; e questi, gravi

per età, sacerdoti, ed io di Giove;

e questi, eletti dai fiorenti giovani.

E per le piazze, tutta l'altra turba,

tendendo rami, innanzi al tempio duplice

di Pàllade si prostra, ed alla cenere

fatidica d'Apollo. La città,

come tu stesso ben lo vedi, troppo

è già sbattuta dai marosi, e il capo

piú non riesce a sollevar dal baratro

del sanguinoso turbine: distrutti

i frutti della terra ancor nei calici:

distrutti i bovi delle mandrie, e i parti

delle donne, che a luce piú non giungono:

e il dio che fuoco vibra, l'infestissima

peste, su Tebe incombe, e la tormenta,

e dei Cadmèi vuote le case rende:

sí ch'Ade negro, d'ululi e di pianti

opulento diviene. Ora io, con questi

figli, dinanzi all'are tue venimmo,

non reputando te pari ai Celesti,

ma fra gli uomini il primo a cui s'accorra

nel varïar delle vicende umane,

o quando muti nostra sorte un dèmone:

ché tu, giungendo alla città di Tebe,

il tributo sciogliesti imposto a noi

dalla feroce cantatrice; e questo

senza nulla da noi prima sapere

né avere appreso: con l'aiuto solo

d'un dio, com'è fra noi fama e credenza,

redenta hai nostra vita. Or, tutti vòlti,

Èdipo, a te, che sommo sei nell'animo

di tutti, or ti preghiamo: per noi trova

qualche soccorso: o sia che ti favelli

l'oracolo d'un Nume, o che t'illumini

qualche mortale: poi che veggo a bene

riuscire, a chi sa, fin le sciagure,

grazie ai consigli. Or via, sommo fra gli uomini,

rimetti in piedi Tebe! A lei provvedi!

Già per l'antico beneficio, questa

terra te chiama salvator: provvedi

tu, che del regno tuo fra noi non resti

questa memoria: che ci alzammo, e poi

giú di nuovo piombammo: in piedi salda

Tebe rimetti: un'altra volta già,

con fausti augurî la fortuna a noi

rendesti: quale allor fosti, ora móstrati.

Ché, se tu reggi, come reggi, questa

terra, meglio è con gli uomini, che vuota

governarla: ché nulla è torre o nave,

se deserta, se niuno è ch'entro v'abiti!

ÈDIPO:

Miseri figli, a me la prece vostra

cose ben note, annunzia, e non ignote.

Tutti, bene lo so, v'opprime il morbo,

tutti soffrite; ma nessun di voi

soffre al pari di me. La vostra doglia,

di ciascuno di voi, ricade solo

sopra lui stesso, e su niun altri. Ma

l'animo mio me piange insieme, e te,

e la città. Sicché, non mi scoteste

dal sonno: io non dormivo; e molte lacrime

ho versate, sappiatelo, e pei tramiti

del pensïero lungamente errai:

investigai, trovai solo un rimedio:

m'attenni a quello: mio cognato, il figlio

di Menecèo, Creonte all'are pitiche

mandai d'Apollo, a chiedere che debba

io fare o dire a salvazion di Tebe.

E già, se al tempo commisuro il giorno,

m'angustia il suo ritardo: ché già troppo

piú che non si convenga, e ch'io pensassi,

resta lontano. Quando ei sarà giunto,

ben perfido sarei, se non compiessi

tutto, quale pur sia, del Nume il cenno.

SACERDOTE:

A proposito parli: e questi, or ora

m'han fatto cenno che Creonte giunge.

ÈDIPO:

E fortuna e salvezza, oh Apollo, giungano

cosí con lui, com'egli in volto raggia!

SACERDOTE:

Lieto è, se debbo argomentare: tante

foglie e bacche di lauro al capo ha cinte!

ÈDIPO:

Súbito lo sapremo: è tanto presso

che udir mi può. - Cognato mio, Creonte,

quale responso a noi del Nume rechi?

(Quasi súbito dopo queste parole, entra Creonte)

CREONTE:

Buono! Fin la sciagura, ov'ella un esito

felice trovi, diverrà fortuna.

ÈDIPO:

Che responso è mai questo? Io non m'allegro

per tali detti, né timor mi coglie.

CREONTE:

Pronto sono a parlar. Vuoi che favelli

dinanzi a tutti? Entrar vuoi nella reggia?

ÈDIPO:

Parla dinanzi a tutti: il duol m'affanna

piú per costor che per la vita mia.

CREONTE:

Quel che udito ho dal Nume io ti dirò:

chiaramente ei c'impose ch'estirpassimo

la lue nata e nutrita in questa terra,

prima ch'essa diventi immedicabile.

ÈDIPO:

La lue qual è? Come espiar si deve?

CREONTE:

Il bando; o riscattar sangue con sangue:

ché sangue sparso la città travaglia.

ÈDIPO:

Sangue sparso? E di chi? Lo dice il Nume?

SACERDOTE:

Prima che tu reggessi Tebe, o re,

Laio era duce della terra e nostro.

ÈDIPO:

Lo so, l'ho udito; ma non mai l'ho visto.

CREONTE:

Apollo chiaramente ora c'impone

gli assassini punir, quali che siano.

ÈDIPO:

E dove sono? E dove mai trovare

l'ardue vestigia d'un misfatto antico?

CREONTE:

In questa terra, disse: e che puoi cogliere

ciò che tu cerchi; ma il negletto sfugge.

ÈDIPO:

Entro le case, oppur nei campi, fu

Laio trafitto? O sopra estranea terra?

CREONTE:

Partito, disse, a consultar l'oracolo,

piú non giunse alla casa onde fu mosso.

ÈDIPO:

Né messo giunse? Né compagno v'era,

ch'abbia veduto, e dar ci possa indizio?

CREONTE:

Fûr tutti spenti: uno sfuggí; ma seppe,

di ciò che vide, un punto sol dirci.

ÈDIPO:

Quale? Un sol punto aprir può molte vie,

se di speranza alcun barlume fulga!

CREONTE:

Disse che in lui ladroni s'imbatterono,

e l'ucciser: non uno, anzi una turba.

ÈDIPO:

Come tanto un ladrone avrebbe ardito?

Prezzolato da Tebe egli fu certo.

CREONTE:

Cosí pensammo. Or, morto Laio, niuno

surse a vendetta: ch'altro mal premeva.

ÈDIPO:

E quale mai, che il signor vostro

cadea, vi tenne dal chiarir lo scempio?

CREONTE:

A guardar ne inducea l'ambigua Sfinge

il mal presente, e a trascurar l'occulto.

ÈDIPO:

Ma dal principio io chiaro lo farò:

poi che meritamente Febo, e tu

meritamente, ti sobbarchi a questa

cura per lui ch'è spento. E a buon diritto

vostro alleato me vedrete, e vindice

di questa terra, e insiem del Nume: ch'io,

non per lontani amici, anzi per me

stesso questa bruttura sperderò.

Ché certo quei che Laio ucccise, a me

la stessa pena infliggere vorrebbe:

onde, se Laio io vendico, a me giovo.

Figli, a voi, presto, raccogliete quelle

supplici rame, sorgete dall'are:

e il popolo di Cadmo qui si convochi,

ché a tutto io sono pronto! O trionfanti

o al suol caduti, al Nume obbediremo.

(Rientra nella reggia)

SACERDOTE:

Figli, sorgiamo! Il re promesso ha quanto

qui venimmo a cercare. E chi mandò

questi oracoli, Febo, ora ci assista,

ora ci salvi, ed allontani il morbo.

CANTO D'INGRESSO DEL CORO

(Ventiquattro vegliardi entrano a lenti passi ritmici, misurati sul canto, e, dopo qualche evoluzione, si collocano intorno all'altare di Diòniso, dove rimangono sino al fine dello spettacolo)

CORO:Strofe prima

Dolce parola di Giove, che giungi da Pito opulenta

a Tebe fulgidissima,

che dici tu? Trema pavida l'anima, balza sgomenta,

Peane, Signore di Delo,

trepida, incerta: qual sorte,

fra poco, o nel volger degli anni, tu appresti per me?

Tu dimmelo, figlia dell'aurea Speranza, tu Fama perenne.

Antistrofe prima

Prima te supplico, Atena, di Giove figliuola immortale,

e tua sorella Artèmide,

che questa terra tutela, che siede su trono di gloria

nel giro dell'àgora; e Febo

che lungi saetta: mostratevi!

i mali fugate! La fiamma d'antico flagello

su Tebe incombente, altra volta sperdeste; anche adesso accorrete!

Strofe seconda

Ahimè! Doglie innumere pesano

su me. Tutto il popolo giace nel morbo: consiglio non v'ha

che scampo ne dia. Non maturano

i frutti dell'inclita terra:

dai lagni e le doglie del parto le donne non surgono:

vedere puoi l'uno sull'altro, veloce come ala d'augello,

piú ratto che vampa di folgore,

lanciarsi alla spiaggia del Nume del vespero.

Antistrofe seconda

E innumere turbe periscono:

al suol, senza prece né gemito, giacenti, il contagio diffondono:

le spose e le madri canute

s'appressano all'are, chi qua,

chi là, supplicando il riscatto dei lutti funesti:

corrusca il Peana, ed il querulo lamento di pianti concordi.

O aurea figlia di Giove,

tu manda un soccorso che i volti sereni.

Strofe terza

Ed Ares l'ardente, che or, senza bronzo di scudi,

con urla m'investe, e mi brucia,

fa' tu che il suo corso rivolga, lontano dal suol di mia patria,

nel talamo grande d'Anfítrite,

ovver sugli inospiti

ormeggi di Tracia:

ch'or, quanto la notte risparmia,

il giorno s'avventa a distruggerlo.

O tu che dei fiammei baleni

la possa governi,

sottesso il tuo fulmine distruggilo, o Giove!

Antistrofe terza

O Licio Signore, e invincibili vorrei che i tuoi dardi scoccassero

dall'aurea corda dell'arco,

a nostro soccorso: le fiaccole vorrei che d'Artèmide ardessero,

con cui l'Alpi Licie ella corre:

e il Dio mitra d'oro

che nome ha da Tebe,

dal viso purpurëo, Bacco,

compagno alle Mènadi, invoco,

che ardente s'avanzi,

che bruci, col ramo

di pin, questo Nume, che obbrobrio è dei Numi.

(Durante le ultime parole del Coro, Èdipo esce dalla reggia)

ÈDIPO:

Tu implori: ed otterrai, sol che tu voglia

prestare orecchio ai miei consigli, e accoglierli,

ed il morbo curar, quello che implori:

un conforto dei mali ed un sollievo.

Odilo or tu: ché, del misfatto ignaro,

e d'ogni voce, andrei poco lontano,

se qualche indizio non potessi cogliere.

Fra i cittadin di Tebe ultimo io giunto,

a voi tutti, o Cadmèi, questo proclamo.

Chi di voi sa da quale man fu spento

Laio, il figlio di Làbdaco, gl'impongo,

che tutto a me disveli. E se l'accusa

contro se stesso alcun per tema asconde,

sappia che nessun male ei patirà,

e illeso andrà da questo suolo in bando.

Se d'altra terra poi fu l'assassino,

chi lo conosce, non sia muto: avrà

da me compenso, e grazia avrà per giunta.

Ma se tacete, e se, temendo alcuno

per l'amico o per sé, spregia i miei detti,

oda dal labbro mio ciò ch'io farò.

Quell'uom, qualunque ei sia, pongo divieto

che alcun di questa terra onde ho l'impero

ed il trono, lo accolga o gli favelli,

o delle e delle offerte ai Numi

partecipe lo renda, o gli ministri

l'acqua lustrale; e lungi d'ogni tetto

lo respingano: ch'egli è la sozzura

nostra, come l'oracolo del Nume

di Pito or ora ha disvelato a me.

Tale alleato al dèmone ed all'uomo

assassinato io sono. E impreco a quegli

che il misfatto compie', sia solo, sia

con altri molti, che la trista vita

senza fortuna tristamente triboli.

Impreco a me, se nella casa mia

egli vivesse, ed io conscio, che quanto

sopra gli altri imprecai piombi su me.

Questo a voi tutti che facciate impongo,

per me stesso, pel Dio, per questa terra

senza piú frutti, senza Iddii perduta.

Ché se pure sospinti a questa caccia

non ci avesse un Celeste, inespiato

lasciar non dovevate un tale scempio

d'un eroe, d'un sovrano ottimo amico,

bensí chiarirlo. Ed or, poi che le redini

ch'ei già reggeva, io reggo, ed il suo letto

posseggo, e la sua donna; e i figli miei

comuni avrei coi figli suoi, concetti

da un medesimo grembo, ove il suo talamo

fosse stato fecondo - ma su lui

balzò la mala sorte: - ora per lui

come pel padre mio combatterò,

ogni via correrò, tentando cogliere

chi le man' tinse nel sangue di Laio.

E a chi recalcitrasse, i Numi imploro

che né mèsse la terra a lor, né pargoli

diano le spose, ma li strugga il male

ch'ora ci preme, o, se ve n'è, piú acerbo.

E voi tutti, Cadmèi, cui grati giungono

questi miei detti, assista la Giustizia,

e con voi sempre tutti i Numi siano.

CORIFEO:

A parlar mi costringe il tuo scongiuro:

signore, parlerò. Non io l'uccisi,

né so mostrarti chi l'uccise. Apollo

che tal ricerca impose, egli doveva

significare chi compie' lo scempio.

ÈDIPO:

Tu parli giusto; ma nessun degli uomini

può costringere i Numi, ove non vogliano.

CORO:

Credo opportuno un'altra cosa dirti.

ÈDIPO:

E se una terza n'hai, non trascurarla!

CORO:

So che Tiresia ciò che vede Apollo

anch'egli vede: oh sire, chi l'interroghi,

ben chiaro può saper tutto ch'ei brami.

ÈDIPO:

Neppure questo io trascurai. Mandati

ho, per consiglio di Creonte, a lui

due messi; e mi stupisce il suo ritardo.

CORO:

Erano, l'altre, voci antiche e vane.

ÈDIPO:

Quali? Ogni motto investigare io voglio.

CORO:

Da viandanti ucciso lo dicevano.

ÈDIPO:

L'ho udito anch'io. Ma chi ciò vide, ov'è?

CORO:

Se pur gli resta in cuor timore, udendo

i tuoi scongiuri, non potrà resistere.

ÈDIPO:

Non teme i detti chi mal far non teme.

CORO:

Ma giunge qui chi può scoprirlo. Vedi

che il profeta divino qui conducono,

che in cuore insito ha il ver, solo ei fra gli uomini.

(Entra Tiresia, vecchissimo, cieco, guidato per mano da un bimbo)

ÈDIPO:

Tiresia, o tu che pènetri ogni cosa,

palese o arcana, terrena o celeste,

Tebe, tu ben lo sai, se pur nol vedi,

da che morbo è percossa. Or noi te solo

scorgiam patrono e salvatore. Apollo,

se i messi ancor non te l'han detto, a noi

diede responso che da questo morbo

solo abbiamo uno scampo; ove, scoperti

quelli che ucciser Laio, li uccidessimo,

o dalla terra in bando li cacciassimo.

Or, degli alati non voler negarci

il responso, o se tu della profetica

arte conosci altro sentiero. Salva

te stesso, e Tebe, salva me, distruggi

ogni contagio del defunto. Siamo

nelle tue mani. E dar soccorso quanto

s'abbia o si possa, è la piú nobile opera.

TIRESIA:

Ahi, ahi! Sapere quanto è duro, quando

a chi sa nulla giova! Io ben sapevo,

ed obliai. Venir qui non dovevo.

ÈDIPO:

Che c'è? Cosí scorato fra noi giungi?

TIRESIA:

Lasciami andare! Ci sarà piú facile

compier cosí tu ed io la nostra sorte.

ÈDIPO:

Non parli giusto; e la città non ami

che ti nutrí, se tal responso neghi.

TIRESIA:

Inopportuno giunge il tuo discorso

anche per te: lo stesso non m'accada.

ÈDIPO:

Tu che sai, per gli Dei, non ti schermire:

c'inginocchiamo tutti innanzi a te!

TIRESIA:

E tutti siete dissennati! I mali

miei non dirò: ché i tuoi svelar dovrei!

ÈDIPO:

Che parli? Sai, ma non vuoi dire, e noi

tradir disegni, e la città distruggere!

TIRESIA:

Né te né me crucciare voglio. A che

dimandi invano? Io nulla ti dirò.

ÈDIPO:

Un cuor di pietra moveresti a sdegno,

tristo fra i tristi! Vuoi dunque parlare?

Non ti commovi? Resti inesorabile?

TIRESIA:

L'ostinatezza mia biasimi! Quella

che alberghi in cuor, non vedi, e me rampogni.

ÈDIPO:

Chi le parole udendo con cui spregi

questa città, non salirebbe in ira?

TIRESIA:

Il male, anche s'io taccio, esito avrà.

ÈDIPO:

Quello che seguirà svelami dunque!

TIRESIA:

Oltre non parlerò! Sappilo, e accenditi,

sin che tu vuoi, dell'ira piú selvaggia.

ÈDIPO:

Nulla posso tacer, tanta ira m'arde,

di ciò che sento. Io penso che il misfatto

abbia tu concepito, ed eseguito,

tranne che di tua man colpire, in tutto!

Ché se avessi la vista, io ben direi

ch'opera di te solo è questo scempio.

TIRESIA:

Davvero? Io d'obbedir t'intimo al bando

ch'ài promulgato, e che da questo giorno

non rivolga parola a me né a questi:

ché tu di Tebe sei l'empia sozzura.

ÈDIPO:

Queste parole spudoratamente

cosí tu lanci; e speri irtene salvo?

TIRESIA:

Salvo già sono! È la mia forza il vero.

ÈDIPO:

Chi te l'apprese? L'arte tua non già!

TIRESIA:

Tu: che contro mia voglia a dir m'hai spinto.

ÈDIPO:

Che mai? Vo' meglio apprenderlo. Ripetilo!

TIRESIA:

Che mi cimenti a dir? Non hai compreso?

ÈDIPO:

Non tanto ch'io creda sapere. Parla!

TIRESIA:

Dico che tu sei l'uccisor che cerchi.

ÈDIPO:

L'oltraggio addoppi? Ah, non ti farà pro'!

TIRESIA:

Vuoi sdegnarti ancor piú? Ti dico il resto?

ÈDIPO:

Fin che tu vuoi: saran parole al vento!

TIRESIA:

Coi tuoi piú cari in turpe intimità

vivi, e nol sai: né il male ove sei scorgi.

ÈDIPO:

Pensi ancora insultarmi, e andarne lieto?

TIRESIA:

Certo: se pure ha qualche forza il vero.

ÈDIPO:

Sí, l'ha; ma non per te: tu ne sei privo:

cieco di mente sei, d'occhi e d'orecchi.

TIRESIA:

Misero te, che a me rinfacci quanto

presto ciascuno a te rinfaccerà!

ÈDIPO:

Tutta una notte è la tua vita: e me

danneggiare non puoi, né alcun veggente.

TIRESIA:

Fato non è che per mia man tu cada:

Apollo basta, ch'à di ciò pensiero.

ÈDIPO:

È di Creonte questa trama, o tua?

TIRESIA:

Non Creonte: sei tu la tua rovina!

ÈDIPO:

Oh ricchezza, oh potere, arte che l'arte

superi nella troppo invida vita!

Quanto livore presso voi s'accoglie,

se per questo poter, che in man mi diede

la città, né lo chiesi, ora Creonte,

il fido, il vecchio amico, occultamente

s'intrude, e vuole espellermi, e suborna

questo stregone, cucitor d'insidie,

ciurmador frodolento, che ben vede

solo nel lucro, e che nell'arte è cieco!

Tu saggio vate? Ed in che, dunque? dimmelo!

Dimmi, perché quand'era qui la cagna

cantatrice d'enigmi, alcuno scampo

non trovasti ai Tebani? E sí, l'enigma

non era tal che lo sciogliesse il primo

giunto! Occorreva l'arte del profeta!

Ma tu non dagli uccelli e non dai Numi

trar sapesti presagio. Invece io giunsi,

io, che nulla sapevo, Èdipo; e muta

la resi; e non il volo degli uccelli,

ma il senno mio mi fu maestro. E tu

a scacciare quest'uomo ora t'adoperi,

per la speranza di seder vicino

al soglio di Creonte? A calde lagrime

tu col complice tuo purgar dovrete

la sozzura di Tebe. E se decrepito

non ti vedessi, le torture conscio

di quanto sei ribaldo ti farebbero.

CORIFEO:

Le sue parole, le parole tue,

figlie dell'ira a noi sembrano, Èdipo.

Né l'ira or giova: anzi, cercar bisogna

che i responsi del Nume abbiano effetto.

TIRESIA:

Sebben sei re, ben giusto è ch'io risponda

come tu mi parlasti: io n'ho diritto:

ché non tuo servo, ma d'Apollo io sono,

né mio patrono sarà mai Creonte.

E poi che tu vituperi la mia

cecità, parlerò. Tu aperti hai gli occhi,

eppur non vedi in che sciagure sei,

né dove abiti, né chi sono quelli

che vivono con te. Dimmi: sai forse

da chi sei nato? Dei tuoi cari, o vivi

sopra la terra, o già sotterra, tu

sei l'inimico, e non lo sai. Da questa

terra, col pie' terribile, una duplice

maledizione via ti spingerà:

del padre e della madre. E tu, che vedi

ora la luce, buio sol vedrai.

Qual terra non sarà porto ai tuoi ululi,

qual Citerone non li echeggerà,

quando saprai le nozze a cui ti spinse

prospero vento in questa casa, a cui

approdar non dovevi! E la congerie

non sai degli altri mali, onde tu sei

reso pari a te stesso, e ai figli tuoi.

Ed ora su', Creonte e il labbro mio

brutta di fango! Ché sterminio piú

turpe del tuo, niun patirà degli uomini.

ÈDIPO:

Tanto udir da costui sopporterò?

Vattene alla malora! Non ti sbrighi!

Fa' la strada ch'ài fatta! Torci il piede

lungi da questa casa! Via di qui!

TIRESIA:

Se tu non mi chiamavi, io non venivo.

ÈDIPO:

Che parlassi da pazzo io non credevo:

difficilmente allor t'avrei chiamato.

TIRESIA:

Tale io mi sono: a te sembro demente;

ma savio parvi a chi ti generò.

ÈDIPO:

A chi? Rimani. Chi mi generò?

TIRESIA:

Questo giorno ti dà padre e rovina.

ÈDIPO:

E sempre detti oscuri! E sempre enimmi!

TIRESIA:

A scioglierli non sei tu valentissimo?

ÈDIPO:

Ove grande mi vedi, ivi m'oltraggi.

TIRESIA:

La tua destrezza fu la tua rovina.

ÈDIPO:

Se la città salvai, poco m'importa.

TIRESIA:

E dunque, io vado. - Tu, fanciullo, guidami.

ÈDIPO:

Guidalo via, sí! Standomi fra i piedi

m'annoi! Se vai, non mi darai piú cruccio.

TIRESIA:

Senza temere il tuo cipiglio, ho detto

ciò per cui venni: ché modo non hai

di farmi male. Ora parto, e ti dico:

l'uom che cercando vai, spacciando bandi

per la morte di Laio, e minacciando,

quell'uom è qui: metèco e forestiero,

ora si crede; e invece si vedrà

ch'egli è tebano: né di tal ventura

s'allegrerà: ché, da veggente fatto

cieco, da ricco povero, tentando

il suolo col bordone, andrà fuggiasco

sovra terra straniera; e si vedrà

che vive insiem coi figli suoi, fratello

e padre, insieme con la donna ond'egli

nacque, figliuolo e sposo; e ch'è del padre

suo l'assassino, e nel suo solco semina.

Entra, e rifletti a questo. E se mi cogli

ch'abbia detto menzogna, di' che nulla

piú dell'arte profetica io non so.

(Tiresia parte. Èdipo rientra nella reggia)

CONTINUA Parte II

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