Sofocle Edipo Re Parte II

PRIMO CANTO INTORNO ALL'ARA
CORO:Strofe prima
Chi mai la fatidica rupe di Delfi accennò che compieva
con mani cruente l'orribile scempio?
È tempo che il passo alla fuga
rivolga precipite, come
corsiere dal pie' di procella:
ché su lui con la fiamma e la folgore
il figliuolo di Giove s'avventa;
e insieme lo incalzano le Parche implacabili.
Antistrofe prima
Or or balenò da le nevi parnasie ben chiara una voce:
che insegua ciascuno l'ignoto assassino,
ch'or sotto foreste selvagge,
per antri e dirupi, s'aggira
a guisa di toro sperduto:
derelitto, con pie' derelitto,
per fuggire i responsi di Delfo;
ma questi ognor vigili
d'intorno gli svolano.
Strofe seconda
Cose terribili, cose terribili l'augure savio ci disse; ignoro
s'io debba accoglierle, se rifiutarle. Dir che posso io?
M'abbandono all'alate speranze, né il presente vegg'io, né il futuro.
Qual contesa fra i figli di Pòlibo
è mai surta, e la stirpe di Làbdaco?
Né al passato, né all'oggi mirando,
so ragione veder ch'io m'opponga
alla fama ch'Èdipo circonda
tra le genti, ed ultor pei Labdàcidi
dell'oscuro misfatto io m'eriga.
Antistrofe seconda
Giove ed Apolline certo ben veggono tutte le umane cose e le intendono;
ma che un profeta, mortale anch'esso, piú di me valga,
è giudicio lontano dal vero: ché di senno può sempre un mortale
superare un mortale. Oh, se prima
ben non veggo che un detto è veridico,
mai non sia ch'io consenta a chi biasima!
Bene io scòrsi la vergine alata
su lui muovere; e saggio alla prova
parve; e a Tebe diletto: ond'io taccia
di tristizia non mai gli darò.
(Entra Creonte)
CREONTE:
Cittadini, saputo ho che terribili
accuse contro me lancia il sovrano:
io però non le tollero; e son qui;
ché se fra i mali ond'egli è oppresso reputa
che alcun detto, alcun atto abbia io commesso
che a ruina lo adduca, oltre piú vivere,
di tal fama segnato, io non desidero:
ché non piccolo danno, anzi grandissimo
simil taccia m'arreca, ove malvagio
tu, gli amici, i Tebani mi dicessero.
CORIFEO:
Piú che convinzïone, impeto d'ira
simile ingiuria gli strappò di bocca.
CREONTE:
E donde apparve che per mio consiglio
menzognere parole il vate disse?
CORIFEO:
Gridò cosí: ma le ragioni ignoro.
CREONTE:
E questa accusa mi lanciò con animo
deliberato, dici: a viso aperto?
CORIFEO:
Non so. Quello che fanno i signor miei
non osservo. - Ma vedi, esce egli stesso.
ÈDIPO:
Tu qui? Come venuto? Hai dunque un viso
di tanta audacia, che al mio tetto giungi,
tu che palesemente l'assassino
sei di quest'uomo, e il ladro manifesto
del mio potere? Pei Celesti, dimmi:
qual traccia di demenza o di viltà
hai scôrta in me, che t'indusse alla trama?
Immaginavi tu ch'io non vedessi
strisciar la frode, o, vistala, indugiassi
a rintuzzarla? Ah! Ma fu pazza impresa
la tua, senza partito e senza amici
dar la caccia al poter, che si conquista
sol con molte dovizie e molta gente.
CREONTE:
Or ch'ài parlato, devi udire me:
e quando avrai saputo, allora giudica.
ÈDIPO:
Tu sei pronto a parlare; a udirti io lento:
ché ti so contro me tristo e malevolo.
CREONTE:
Su questo punto, dunque, odimi prima.
ÈDIPO:
Purché non dica che non sei ribaldo.
CREONTE:
Se tracotanza senza senno reputi
sia dote somma, t'inganni di molto.
ÈDIPO:
Se un consanguineo danneggiar tu pensi,
e andarne franco, t'inganni di molto.
CREONTE:
D'accordo: è giusto ciò che dici: solo
quale torto hai patito? Dimmi questo.
ÈDIPO:
M'hai consigliato o non m'hai consigliato
che spedissi un messaggio a quel profeta?
CREONTE:
E dello stesso avviso ancora io sono.
ÈDIPO:
Quanto tempo è trascorso da che Laio...
CREONTE:
Laio che cosa? Non vedo a che miri.
ÈDIPO:
sparve, colpito da mano omicida?
CREONTE:
Lunghi, lunghi anni computar dovresti.
ÈDIPO:
E questo vate allor dava responsi?
CREONTE:
Saggio del pari, e del pari onorato.
ÈDIPO:
Di me non fece allor menzione alcuna?
CREONTE:
No certo: almeno innanzi a me, nessuna.
ÈDIPO:
Né dell'estinto faceste ricerca?
CREONTE:
Come no? La facemmo: e non fu nulla.
ÈDIPO:
Né vi die' lume questo saggio? E come?
CREONTE:
Non so: di ciò che non intendo, taccio.
ÈDIPO:
Questo di', ché lo sai, se pure hai senno...
CREONTE:
Che cosa? Se lo so, certo non taccio.
ÈDIPO:
Che di Laio uccisor me non direbbe,
se non si fosse accordato con te.
CREONTE:
Se questo dice, tu lo sai. Ma io
vorrei, come tu a me, fare un'inchiesta.
ÈDIPO:
Chiedi! Omicida me non troverai.
CREONTE:
Non è tua sposa la sorella mia?
ÈDIPO:
Negare non potrei ciò che mi chiedi.
CREONTE:
Non ha potere uguale al tuo, nel regno?
ÈDIPO:
Ciò che brama da me, tutto ella ottiene.
CREONTE:
Terzo fra voi non sono, ed a voi pari?
ÈDIPO:
E appunto in ciò la tua tristizia appare.
CREONTE:
No, se volessi al par di me riflettere!
Questo prima considera. Chi v'è
che comandare fra i terrori elegga,
piuttosto che dormir sonni tranquilli,
se uguale impero aver potrà? Non io,
né alcuno ch'abbia senno, eleggerà
esser sovrano, invece che potere
ciò che un sovrano può. Tutto or da te,
senza terrore, io ciò che bramo ottengo:
qualora io fossi re, contro mia voglia
dovrei pur fare molte cose. E come
chiamarmi re, piú dolce mi sarebbe
che poter senza crucci? Oh tanto folle
non sono ancor, ch'io cerchi altro che il bene
con l'utile congiunto. Ora da tutti
son prediletto; ognuno a me s'inchina;
chi bisogno ha di te, blandisce me:
ché per essi impetrar tutto posso io.
Il mio stato col tuo perché mutare?
Mente assennata mai cosí non erra:
né vagheggiai consiglio tal, né complice
d'altri sarei che il vagheggiasse. Vuoi
di ciò la prova? A Pito va, dimanda
se fedelmente riferii gli oracoli;
e se fra il vate e me trovi un'intesa,
condannar mi potrai non con un voto,
bensí con due: col tuo, col mio. Ma prima
ch'io mi difenda, non lanciar l'accusa
in causa ambigua; ché non è giustizia
reputar buoni i tristi, e tristi i buoni.
E gittar via l'amico fido, è come
gittar la propria, la diletta vita.
Col tempo d'ogni cosa avrai certezza:
ché solo il tempo saggia l'onestà:
a conoscere il tristo un giorno basta.
CORO:
Bene ha parlato. Dall'errore guàrdati,
re, ché malcerto è súbito consiglio.
ÈDIPO:
Quando all'occulta insidia alcuno è pronto,
alla difesa anch'io pronto esser devo.
Se inerte io mi rimango, avrà buon esito
il suo disegno, irrito il mio sarà.
CREONTE:
Che mi vuoi fare? Bandirmi da Tebe?
ÈDIPO:
Non ti voglio bandir: ti voglio morto.
CREONTE:
Prima mi proverai ch'io t'abbia offeso!
ÈDIPO:
Parli come se ceder non dovessi!
CREONTE:
Perché sei stolto!
ÈDIPO:
Son savio per me.
CREONTE:
Anche per me dovresti esser.
ÈDIPO:
Sei tristo!
CREONTE:
Se sbagli in tutto!
ÈDIPO:
Obbedirai lo stesso.
CREONTE:
Se dài comandi iniqui?
ÈDIPO:
Oh Tebe, Tebe!
CREONTE:
Tebe! Invocare al par di te la posso.
CORO:
Deh, signori, cessate! In punto giunge
dalla casa Giocasta: e per suo mezzo
la vostra lite si potrà comporre.
(Entra Giocasta)
GIOCASTA:
O sciagurati, a che questa contesa
di parole, demente? E non v'è scorno,
mentre su Tebe tal malore incombe,
guai privati eccitare? Or tu, rientra:
e tu, Creonte, alla tua casa torna:
non rendete gigante un mal da nulla!
CREONTE:
Sorella mia, duro governo medita
fare di me lo sposo tuo: bandirmi
dal patrio suolo, o imprigionarmi e uccidermi.
ÈDIPO:
Certo! Perché con male arti tramava
contro la mia persona: ed io l'ho còlto!
CREONTE:
Bene io non m'abbia piú, se nulla feci
di quanto affermi; e maledetto muoia.
GIOCASTA:
A quanto egli t'ha detto, Èdipo, credi:
abbi riguardo al suo giuro solenne;
ed a me, poscia, e a questi cittadini.
CORIFEO:Strofe
Cedi, Signore, te ne scongiuro, rifletti, frénati!
ÈDIPO:
In che ti dovrei cedere?
CORIFEO:
Stolto non era costui da prima: sacro ora il giuro lo fa: rispettalo!
ÈDIPO:
Sai bene quel che chiedi?
CORIFEO:
Certo.
ÈDIPO:
Esprimilo.
CORIFEO:
Non accusar l'amico che sé stretto ha d'un giuro,
i diritti non tôrgli, non far giudicio oscuro!
ÈDIPO:
Se questo chiedi, sappilo, tu chiedi
per me la morte o il bando dalla patria.
CORIFEO:
Pel Sole, principe di tutti i Numi,
lungi dai cari, lungi dai Superi,
vo' che un orribile mal mi consumi,
se tal pensiero nutro. Ma l'anima
mia, della patria lo strazio punge,
se il vostro ai tristi mali or s'aggiunge.
ÈDIPO:
E dunque vada, anche se dura morte
m'attende, o senz'onore esser cacciato
da questa terra, a furia. Mi commuovono
le tue misere preci, e non le sue:
ché ovunque ei viva, l'odio mio sarà.
CREONTE:
Chiaro è l'odio, sebben cedi. Il rimorso
giungerà poi, sbollita l'ira. L'indoli
pari alla tua, sé da se stesse crucciano.
ÈDIPO:
Taci! Vattene!
CREONTE:
Vo': misconosciuto
da te; ma questi come pria mi stimano.
CORIFEO:Antistrofe
Conduci, o donna, dentro la reggia costui: che indugi?
GIOCASTA:
Vo' pria saper che avvenne.
CORIFEO:
Da oscuri motti rampogne sursero, che giuste o ingiuste, mordono i cuori.
GIOCASTA:
Dall'uno e l'altro?
CORIFEO:
Sí.
GIOCASTA:
Quale rampogna?
CORIFEO:
Basta, basta! Ov'è giunta rimanga la contesa,
mentre sopra la patria tanta sciagura pesa.
ÈDIPO:
Vedi a che giungi? Uom sei di buon consiglio:
pur mi trascuri, e il cuor da me distogli.
CORO:
Non una sola volta io t'ho detto
che se sviassi da te lo spirito
sembrerei stolido, di mente inetto.
Tebe, ch'errava dei guai fra il turbine,
già tu guidasti pel cammin destro:
anche ora móstrati buon navalestro.
GIOCASTA:
In nome degli Dei, dimmi, o Signore,
perché mai tanta furia in cuore accogli?
ÈDIPO:
Reverenza ho di te piú che di questi:
e ti dirò le insidie di Creonte.
GIOCASTA:
La causa esponi chiaramente. Parla.
ÈDIPO:
Dice ch'io sono l'uccisor di Laio.
GIOCASTA:
Di sua scienza? Od altri a lui lo disse?
ÈDIPO:
Un profeta intromise, un malfattore:
ei dell'accusa in tutto si scagiona.
GIOCASTA:
Oh!, da te gitta pure ogni terrore
di queste ciance, e ascoltami, ed apprendi
che niun evento dei mortali è stretto
all'arte dei profeti: e questa breve
prova ti basti, ch'io t'adduco. Un giorno,
giunse a Laio un oracolo, non dico
d'Apollo stesso, ma dei suoi ministri,
ch'era destino a lui spento morire
per man del figlio che da me nascesse.
E invece, lui, come ognun sa, l'uccisero
in un trivio i ladroni; ed il fanciullo,
non corsero tre dí dalla sua nascita,
e, avvinghiatigli i piedi alle giunture,
per mano d'altri, il padre lo gittò
su monte impervio. Ed Apollo non fece
né che quello uccisor del padre fosse,
né che dal figlio suo ciò che temeva
Laio patisse: e ciò pur decretavano
le profetiche voci. Oh, no, non dartene
pensiero: ciò che un Nume utile crede,
fa che senza profeti a luce venga.
ÈDIPO:
Ahi, come, o donna, nell'udirti, l'anima
va fluttuando, ed il pensiero s'agita!
GIOCASTA:
Qual cura ti sconvolge a dir cosi?
ÈDIPO:
Questo punto da te, mi sembra, ho udito:
che in un trivio trafitto Laio cadde.
GIOCASTA:
Ne correa voce; e niuno la smentí.
ÈDIPO:
Quale la terra ove seguí lo scempio?
GIOCASTA:
Fòcide è detta: e al punto istesso, un duplice
sentier vi sbocca, da Delfi e da Dàulia.
ÈDIPO:
E quanto tempo da quei fatti è corso?
GIOCASTA:
Poco prima che tu di questa terra
avessi il regno, a noi la nuova giunse.
ÈDIPO:
O Giove! Che vuoi tu fare di me?
GIOCASTA:
Èdipo! Che sgomento è questo tuo?
ÈDIPO:
Non dimandare! Dimmi. Quale aspetto
aveva Laio? L'età sua qual'era?
GIOCASTA:
Alto: fioriagli in capo il primo bianco:
le forme dalle tue poco dissimili.
ÈDIPO:
Ahi, me infelice! Da me stesso, all'orride
Furie mi son dannato, e non m'avvidi!
GIOCASTA:
Che dici, o re! Ti guardo, e sbigottisco.
ÈDIPO:
Troppo temo che il vate sia veggente:
meglio il saprò, se questo ancor mi dici.
GIOCASTA:
Ansia mi stringe: pur chiedi, e dirò.
ÈDIPO:
Con poca gente andava, o aveva molti
seguaci, come a condottier conviene?
GIOCASTA:
Erano cinque in tutto, ed un araldo
fra loro: Laio sopra un cocchio andava.
ÈDIPO:
Ahimè, che questo è già chiaro! - E chi mai,
donna, vi riferí simili eventi?
GIOCASTA:
Un dei servi, che in salvo solo giunse.
ÈDIPO:
E dimmi: in casa esso si trova ancora?
GIOCASTA:
No no! Dal dí ch'ei fu tornato, e vide
che, spento Laio, il poter tu reggevi,
baciandomi le mani, ei mi pregò
che lo mandassi a pascere le greggi
nei campi, sí che quanto era possibile
lungi da Tebe egli vivesse. Ed io
lo mandai: ché diritto avea quell'uomo,
sebbene servo, a questa e a maggior grazia.
ÈDIPO:
Non c'è modo che a noi súbito venga?
GIOCASTA:
V'è, certo. Ma perché questa tua brama?
ÈDIPO:
O donna, temo d'aver troppo detta
la ragione per cui voglio vederlo.
GIOCASTA:
Presto verrà: ma degna sono anch'io
d'udir la causa del tuo cruccio, o re!
ÈDIPO:
Priva non ne sarai, poi che a sí misera
attesa io giunsi. In simile sciagura,
a chi, meglio che a te, parlar potrei?
Pòlibo di Corinto fu mio padre,
Mèrope Doria madre mia. Fra tutti
i cittadini il primo ero io creduto,
avanti che seguisse un certo caso,
degno di meraviglia, e non però
dell'angustia ch'io n'ebbi. Un uom briaco,
in un banchetto, mi proverbïò
suppositizio a Pòlibo. Quel giorno,
sebben crucciato, a forza, mi contenni.
Ma la dimane, mi recai dal padre
mio, dalla madre, a interrogarli. Ed essi,
per questo oltraggio arser di sdegno contro
chi l'aveva lanciato. Io m'allegrai
delle loro parole; e tuttavia
sempre quei detti mi serpeano in cuore,
e mi struggevo. E senza che mia madre
né mio padre sapesse, a Pito andai.
Né per quanto io chiedevo, Febo onore
di risposta mi die'; ma mi predisse
altri miseri, atroci, orridi eventi:
ch'io giacerei con mia madre, e darei
la vita ad una stirpe intollerabile
ad ogni gente; e diverrei del padre
ond'io m'ebbi la vita, l'assassino.
Uditi tali orrori, io, da quel giorno,
dirigendo cogli astri il mio viaggio,
lungi fuggii dalla corinzia terra,
dove non mai veder potessi compiersi
le nefandezze del mio tristo oracolo.
Cosí, peregrinando, alla contrada
giunsi, ove dici che fu spento il re.
Oh sposa, e il vero a te narrerò. Quando
fui vicino a quel trivio, incontro a me
un araldo si fece, e un uomo simile
a quel che dici tu, sovresso un cocchio
tratto da due puledri. E dalla via
l'auriga, e il vecchio istesso, fuor mi gittano
a viva forza. Per lo sdegno, allora
batto l'auriga. E il vecchio, còlto il punto
ch'io passo accanto al carro, ben due volte
in mezzo al capo mi vibra il randello.
Altro riscosse ch'ei non die'. Colpito
da questa mano con la mazza, súbito
s'avvoltolò rovescio a mezzo il cocchio;
e tutti gli altri stermino. Or, se Laio
e lo straniero son tutt'uno, chi
piú misero di me, piú inviso ai Numi?
Niuno dei cittadini e niun degli ospiti
può ricevermi in casa o favellarmi,
ma mi deve scacciare. E lo scongiuro,
io, non già altri, contro me lanciai:
io, con le mani mie che gli diêr morte,
il letto dell'ucciso ora contamino.
Oh! non son dunque un tristo? Oh, quale macchia
non è su me? Fuggir devo, e, fuggiasco,
veder non posso i cari, avvicinarmi
alla patria non posso; o in nozze unirmi
devo con la mia madre, e il padre uccidere.
Oh! Chi dicesse che tal sorte è l'opera
d'un Dio crudele, sbaglierebbe ei forse?
Ah, ch'io non vegga, oh reverenza somma
dei Numi, ah, ch'io non vegga un giorno simile!
Via sparisca dal mondo, anzi ch'io scopra
di sciagura su me macchia sí turpe!
CORIFEO:
Di ciò che dici, o re, siamo sgomenti;
ma sin che giunga quei che vide, spera!
ÈDIPO:
È questa appunto la speranza sola
che mi rimane: attendere il pastore.
GIOCASTA:
E che mai speri dalla sua presenza?
ÈDIPO:
Questo. S'egli dirà le cose stesse
che dici tu, son d'ogni accusa libero.
GIOCASTA:
Che cosa ho detto mai, ch'abbia tal peso?
ÈDIPO:
Egli narrò, m'hai detto, che l'avevano
trucidato ladroni. Or, se il medesimo
ripeterà, non sono io l'uccisore:
uno e molti non son la stessa cosa.
Se invece parlerà d'un uomo solo,
chiaro è che sopra me cade lo scempio.
GIOCASTA:
Le sue parole furon quelle certo
né modo v'è che adesso le rinneghi:
tutta Tebe l'udí, non io soltanto.
E pur se in qualche parte or le mutasse,
dimostrar non potrà mai che la morte
di Laio fu, come dicea l'oracolo,
per man del figlio suo: ché quel meschino
non l'uccise, anzi prima egli fu spento.
Onde, nell'arte dei profeti, mai,
né ora, né in futuro, io fede avrò.
ÈDIPO:
Giusto dici; ma pur manda qualcuno
a chiamare il pastore: udir lo voglio.
GIOCASTA:
M'affretto a farlo. Entriamo in casa. Nulla
mai non farò che a te grato non sia.
(Èdipo e Giocasta rientrano nella reggia)
CONTINUA Parte III