Sofocle Edipo Re Parte III

SECONDO CANTO INTORNO ALL'ARA
CORO:Strofe prima
Oh, se il Fato benevolo
ogni opra mia rendesse,
ogni mio detto, a Purità conforme!
Alte, nel grembo d'Ètere,
immote stanno le sue sante norme.
Quivi ebber vita; e solo padre ad esse
l'Olimpo: niun le generò degli uomini;
né sarà mai che le sopisca oblio:
è sommo in esse, e non invecchia, un Dio.
Antistrofe prima
La Tracotanza i despoti
genera, ma poi, cieca,
di follie, di nequizie si satolla:
e, giunta al sommo vertice,
per dirupo fatal súbito crolla,
dove nessun soccorso il piede arreca.
Io prego il Dio che mai non abbia termine
questa fatica a pro' di Tebe impresa:
nel Dio sempre sarà la mia difesa.
Strofe seconda
Se superbisce alcuno con parole o con opere,
senza temer Giustizia,
se le sedi non venera
dei Numi, triste fato lo perseguita
per l'infausta dovizia;
e se lucra con frode,
se d'empietà si gode,
se ciò ch'esser dovrebbe di reverenza segno
con pensier folle víola,
chi conterrà nell'animo gli strali dello sdegno?
A che, se tai nequizie abbiano orranza,
intreccio piú questa mia sacra danza?
Antistrofe seconda
Ir piú non voglio al centro della terra intangibile,
né ad Olimpia, né al tempio
d'Abe, se prima gli uomini
avverati non veggano gli oracoli
con manifesto esempio.
O Re che in ogni dove
imperi, o sommo Giove,
se tua fama è veridica, non fuggan questi eventi
al tuo perenne imperio:
ché di Laio gli oracoli or sono írriti e spenti:
luogo non è dove s'onori Apollo:
Religïone dà l'ultimo crollo.
(Dalla reggia esce Giocasta, seguíta da ancelle, che recano fiori
e cassette d'aromi)
GIOCASTA:
O principi di Tebe, io m'avvisai
di recar questi serti e questi aromi
al tempio degli Dei. Ché troppo ondeggia
fra crucci d'ogni sorta il cuor d'Èdipo,
né dal passato, come far dovrebbe
un uom di senno, giudica il presente;
ma chi dice paure, a quelle è preda.
Or, come a nulla i miei consigli valsero,
supplice vengo, o Licio Apollo, a te,
che piú prossimo sei, con questi doni.
Tu a noi matura qualche esito lieto,
ché noi, vedendo sbigottito l'uomo
che la nave reggea, tutti tremiamo.
(Giocasta arde incensi sull'ara. In questa giunge il messo di Corinto,
vecchio pastore, e si rivolge ai vecchioni del coro)
IL MESSO DI CORINTO:
Amici, chi di voi saprebbe dirmi
ov'è la casa del sovrano Èdipo?
E il sovrano, dov'è? Sapete dirmelo?
CORIFEO:
Questa è la reggia; ed il sovrano è in casa:
madre dei suoi figliuoli è questa donna.
MESSO:
Avventurata sia, viva fra genti
avventurate, la feconda sposa!
GIOCASTA:
Anche a te la ventura, ospite! Degno
l'augurio te ne fa. Quale occorrenza
a noi ti spinse? O che novelle rechi?
MESSO:
Per il tuo sposo e per la reggia, fauste!
GIOCASTA:
Quali, queste novelle? E donde giungi?
MESSO:
Da Corinto. E letizia i detti miei,
come no?, t'addurranno, e insiem dolore.
GIOCASTA:
E quale evento ha tal potere ambiguo?
MESSO:
Gli abitanti dell'Istmo eleggeranno
sovrano Èdipo: tal voce correva.
GIOCASTA:
E come? Piú non regna il vecchio Pòlibo?
MESSO:
No: ché lo serra entro la tomba morte.
GIOCASTA:
Che dici? Morto è veramente Pòlibo?
MESSO:
Se non ti dico il vero, io stesso muoia!
GIOCASTA:
Ancella, e non t'affretti? Entra, e la nuova
reca al signore! - Oracoli del Nume,
dove siete? Da lungo tempo Èdipo
quell'uom fuggiva trepidando sempre
che ucciderlo dovesse; e quegli or muore
naturalmente, e non per mano sua!
(L'ancella entra in fretta; e quasi súbito esce Èdipo)
ÈDIPO:
Perché, Giocasta, sposa dilettissima,
fuor della casa, m'hai chiamato qui?
GIOCASTA:
Odi quest'uomo, e vedi quanto valgano
i venerandi oracoli del Nume!
ÈDIPO:
Chi è costui? Quali novelle reca?
GIOCASTA:
Vien da Corinto, ad annunziar che Pòlibo
tuo padre è spento, e piú non è tra i vivi.
ÈDIPO:
Che dici? A me tu stesso, ospite, parla!
MESSO:
Se tal notizia chiaramente vuoi
súbito udire, egli è defunto, sappilo.
ÈDIPO:
Fu per frode o per morbo, il suo trapasso?
MESSO:
Vetuste membra un piccolo urto prostra.
ÈDIPO:
Da morbo dunque fu consunto, misero!
MESSO:
E dagli anni: ché molti ei ne contava.
ÈDIPO:
Veh, veh, Giocasta! A che piú la fatidica
fiamma di Pito consultare, e i gridi
degli uccelli, onde a me venne il presagio
che ucciderei mio padre! E questi or, morto
giace sotterra; ed io son qui; né arma
ho toccata - se pur non l'avrà spento
brama di me: ché per ciò solo, spento
da me dirlo potresti. Ed ora Pòlibo
giace vicino all'Ade, ed i responsi
scemi d'ogni valore ha seco addotti.
GIOCASTA:
Non te lo predicevo io da gran tempo?
ÈDIPO:
Vero è! Ma dal terrore ero sviato!
GIOCASTA:
Or non volerlo piú nel seno accogliere!
ÈDIPO:
Che? Non temere di mia madre il letto?
GIOCASTA:
Che mai dovrà temere un uomo a cui
ride la sorte, se chiara scïenza
del futuro non c'è? Val meglio vivere
come ciascuno possa, alla ventura.
Non paventare le nozze materne!
Molti già dei mortali in sogno giacquero
con la lor madre. Chi non presta fede
a queste ciance, quei vive tranquillo.
ÈDIPO:
Se colei non vivesse ond'io son nato,
in tutto i detti tuoi giusti sarebbero.
Ma vive ancora; e per ben che tu parli,
possibile non è ch'io non paventi!
GIOCASTA:
Pur, la morte del padre è gran sollievo!
ÈDIPO:
Grande, lo intendo; ma la viva io temo.
MESSO:
E qual donna vi fa tanto sgomenti?
ÈDIPO:
Mèrope, che consorte era di Pòlibo.
MESSO:
E quale cosa è in lei che vi spaventa?
ÈDIPO:
Un celeste responso orrido, o vecchio!
MESSO:
Si può dire? O nessun deve saperlo?
ÈDIPO:
Certo, si può. Febo predisse ch'io
giacerei con mia madre, e verserei
con queste mani il sangue di mio padre.
Perciò da lungo tempo assai lontano
tenni da me Corinto. E fui felice,
sebben vedere i genitori è dolce.
MESSO:
Per questo da Corinto esule andavi?
ÈDIPO:
Certo! Per non uccidere mio padre.
MESSO:
E perché non dovrei da tal terrore,
scioglierti, o re? Non ti son forse amico?
ÈDIPO:
Ne otterresti da me degna mercede!
MESSO:
E con tal speme io venni qui: che tu
tornassi in patria, ed io m'avvantaggiassi.
ÈDIPO:
Presso alla madre mia non tornerò.
MESSO:
Figlio, non sai quel che tu faccia! È chiaro!
ÈDIPO:
Che dici? In nome dei Celesti, spiègati!
MESSO:
Per questo tu non vuoi tornare in patria?
ÈDIPO:
Chiaro Febo mi die' questo responso!
MESSO:
Per evitar la consanguinea macchia?
ÈDIPO:
Sí, vecchio: è questo il mio sgomento eterno.
MESSO:
Oh, tu sapessi come tremi a torto!
ÈDIPO:
A torto? E come, se son loro figlio!
MESSO:
Come? Pòlibo a te non era nulla!
ÈDIPO:
Che dici? Padre mio non era Pòlibo?
MESSO:
Come ti sono io: né piú né meno.
ÈDIPO:
Saran tutt'uno il padre ed un estraneo?
MESSO:
Né io né lui t'abbiam data la vita!
ÈDIPO:
E perché dunque mi chiamava figlio?
MESSO:
Da queste mani t'ebbe in dono, sappilo.
ÈDIPO:
E il dono d'altrui mano tanto amò?
MESSO:
La mancanza di figli a ciò l'indusse.
ÈDIPO:
E tu, mi comperasti, o mi trovasti?
MESSO:
Del Citeron fra i gioghi io ti rinvenni.
ÈDIPO:
Come mai ti trovavi in quelle parti?
MESSO:
Quivi alle greggi alpestri ero preposto.
ÈDIPO:
Pastore per mercede andavi errando?
MESSO:
Ed in quel tempo, o figlio, io ti salvai.
ÈDIPO:
Fra che guai mi trovasti? Fra che doglie?
MESSO:
De' tuoi pie' le giunture a te lo dicano.
ÈDIPO:
Ahimè! Perché l'antico mal rammemori?
MESSO:
I pie' forati a sommo io ti disciolsi.
ÈDIPO:
Sí: dalle fasce il turpe marchio io m'ebbi.
MESSO:
E da tale sciagura il nome avesti.
ÈDIPO:
E fu mio padre, dimmi; fu mia madre...
MESSO:
Non so: meglio saprà chi a me ti diede.
ÈDIPO:
Altri mi diede a te? Non mi trovasti?
MESSO:
Punto! Un altro pastore a me ti diede.
ÈDIPO:
Chi fu costui? Puoi tu significarmelo?
MESSO:
Dicevano che servo era di Laio.
ÈDIPO:
Dell'antico signor di questa terra?
MESSO:
Appunto! Mandrïano era di quello.
ÈDIPO:
Ed è vivo. costui? Posso vederlo?
MESSO (Al popolo):
Voi della terra lo saprete meglio.
ÈDIPO:
V'è tra i presenti alcun che il mandrïano,
di cui parla quest'uomo abbia veduto,
o per i campi, o qui fra noi? Parlate!
L'occasïon di rintracciarlo è questa.
CORIFEO:
Altri non è, credo io, se non quell'uomo
che tu veder già desiavi; e meglio
d'ogni altro, dir te lo potrà Giocasta.
ÈDIPO:
Giocasta, l'uom che costui dice, credi
sia quello che chiamar facemmo or ora?
GIOCASTA:
Perché lo vuoi sapere? Non curartene!
Non riandare queste ciance inutili!
ÈDIPO:
Mai non sarà che, tali orme scoperte,
io l'origine mia non metta in chiaro!
GIOCASTA:
Non cercar piú, no, per gli Dei, se cara
t'è la tua vita! Il mal ch'io soffro basti!
ÈDIPO:
Fa' cuor! Se per tre madri io discendessi
tre volte servo, sarai tu men nobile?
GIOCASTA:
Dammi ascolto, ti prego! Non far ciò!
ÈDIPO:
Non veder chiaro in tutto ciò? Non posso.
GIOCASTA:
So quel che dico! Il meglio io ti consiglio.
ÈDIPO:
Questo meglio da un pezzo il cuor mio cruccia!
GIOCASTA:
Ah! chi tu sei, mai tu non sappia, o misero!
ÈDIPO:
Qui guidi alcuno il mandrïano! E questa
s'esalti pur della sua ricca nascita.
GIOCASTA:
Ah, sciagurato, sciagurato! Posso
dirti questo soltanto, e nulla piú.
(Esce disperata)
CORIFEO:
Perché partita è la tua donna, spinta
da selvaggio dolore, o Èdipo? Io temo
che dal silenzio gravi mali scoppino.
ÈDIPO:
Sarà quel che sarà! Ma ben voglio io
conoscere il mio sangue: e sia pur vile.
Essa, che, vera donna, è tutto orgoglio,
arrossirà della mia bassa nascita:
io non m'adonterò: figlio mi reputo
della Fortuna, che mi fu propizia.
Da tale madre nacqui, e meco gli anni
crebbero, e me da gramo grande resero.
Perché cercar la mia stirpe non debbo?
Tale nacqui: altro mai non diverrò!
(Entra nella reggia)
CONTINUA