Sofocle Edipo Re Parte IV

TERZO CANTO INTORNO ALL'ARA
CORO:Strofe prima
Se buon profeta io sono - né sottil me a torto reputo -,
Alpe del Citerone, tu, per l'Olimpo, ci vedrai dimani
festeggiarti al plenilunio,
quale madre d'Èdipo, quale nutrice e patria,
e con danze onorarti: poiché tu di lieta sorte i signor' nostri gratifichi.
E a te grato il voto giunga, Febo re, che i morbi sani.
Antistrofe prima
Delle Ninfe longeve, quale, stretta col montívago
Pan, ti die' vita, o figlio? O fu compagna al talamo del Nume
che partisce ambigui oracoli,
che predilige tutte le contrade selvagge?
O al Dio Cillenio? O a Bacco che soggiorna all'alpi in vetta ti die' alcuna delle Ninfe
d'Elicona? Ben con esse trastullarsi è suo costume.
ÈDIPO:
Vecchi, per quanto giudicar posso io,
che seco mai non mi trovai, vedere
mi sembra il mandrïan che noi da tempo
andiam cercando. S'accorda l'età:
vecchio cadente; e servi miei son quelli
che lo guidano a noi. - Tu che l'hai visto,
molto meglio di me puoi ravvisarlo.
(Entra il vecchio mandriano)
CORIFEO:
Sí, lo ravviso certo! Mandrïano
era, quanto altri mai fedele a Laio.
ÈDIPO (Al messo):
Ospite di Corinto, è questo l'uomo
di cui parlavi?
MESSO:
È proprio questo, guardalo!
ÈDIPO:
Vecchio, tu lí, guardami in faccia! Sentimi,
e rispondi: un dí, servo eri di Laio?
SERVO:
Sí: ma nato ero in casa; e non comprato.
ÈDIPO:
A che badavi? Che vita facevi?
SERVO:
Seguivo, il piú della mia vita, il gregge.
ÈDIPO:
E che contrade, per lo piú, battevi?
SERVO:
Talora il Citeron, talora i pressi.
ÈDIPO:
Rammenti d'aver lí visto quest'uomo?
SERVO:
A far che cosa? Di qual uomo parli?
ÈDIPO:
Di questo. Mai con lui rapporti avesti?
SERVO:
No, per quanto io ricordi cosí súbito!
MESSO:
Re, non stupire. Io gli farò tornare
la memoria perduta. Egli di certo
ricorderà che sopra il Citerone,
ei con due greggi, ed io con una, vissi,
per due stagioni, di sei mesi ognuna,
da Primavera al sorgere d'Arturo.
Quindi, giunto l'inverno, io ritornavo
all'ovile, ai presepî egli di Laio.
Narro fatti avvenuti? O dico il falso?
SERVO:
Il vero dici. Ma di tempi antichi!
MESSO:
E allora, di': rammenti che un bambino,
ch'io per mio l'allevassi, allor mi desti?
SERVO:
Che c'è? Perché mi fai questa domanda?
MESSO (Accennando Èdipo):
Questi è colui che allora era bambino.
SERVO:
Vuoi finirla, in malora! Vuoi star zitto?
ÈDIPO:
Ah, non lo rampognar, vecchio! I tuoi detti
piú assai che i suoi, son degni di rampogna.
SERVO:
E quale è la mia colpa, o mio buon re?
ÈDIPO:
Il silenzio sul pargolo ch'ei dice.
SERVO:
Ma che dice? S'intriga, e non sa nulla!
ÈDIPO:
Non vuoi per grazia? Parlerai per forza.
SERVO:
Non maltrattarmi, per gli Dei! Son vecchio!
ÈDIPO:
Presto! Attorte gli sian le mani al dorso.
SERVO:
Sciagurato, perché? Che vuoi sapere?
ÈDIPO:
Desti a quest'uomo il pargolo che dice?
SERVO:
Glielo diedi. Ah, morto io fossi quel giorno!
ÈDIPO:
Oggi morrai, se non mi dici il vero.
SERVO:
Peggio che morte, se ti parlo, avrò!
ÈDIPO:
Quest'uomo, vedo, va tergiversando.
SERVO:
Io no! T'ho detto che lo diedi, un giorno!
ÈDIPO:
Donde l'avesti? Era tuo figlio? O chi?
SERVO:
Non m'era figlio! Altri lo diede a me.
ÈDIPO:
Qual dei Tebani? Da qual casa usciva?
SERVO:
In nome degli Dei, no, piú non chiedere!
ÈDIPO:
Se interrogarti ancor dovrò, sei morto.
SERVO:
Della casa di Laio era il fanciullo.
ÈDIPO:
Figlio di servi, oppur della sua stirpe?
SERVO:
Ahimè! Son giunto a dir la cosa orribile!
ÈDIPO:
E a udirla io; ma udirla è necessario!
SERVO:
Lo dicevan suo figlio. La tua sposa
questi fatti potrà meglio narrarti.
ÈDIPO:
Essa lo diede a te?
SERVO:
Sí, mio Signore!
ÈDIPO:
E per che farne?
SERVO:
Perché l'uccidessi.
ÈDIPO:
Sciagurata! La madre!
SERVO:
Pel timore
d'orrende profezie.
ÈDIPO:
Quali?
SERVO:
Dicevano
che uccisi avrebbe i genitori suoi!
ÈDIPO:
E perché tu lo desti a questo vecchio?
SERVO:
Per la pietà, mio re, ché ti portasse
in altra terra, nella terra sua!
E a piú gran male ei ti salvò: ché misero
sei, se colui che questo dice, sei!
ÈDIPO:
Ahimè, ahimè! Tutto è già chiaro! Luce!
In te m'affisi per l'ultima volta!
Ch'io da chi non dovea nacqui, convivo
con chi non devo, e ucciso ho il padre mio!
(Fugge entro la reggia)
QUARTO CANTO INTORNO ALL'ARA
CORO:Strofe prima
Oh progenie mortali, simile
dico al nulla la vostra vita.
Qual degli uomini ha mai retaggio
di piú larga beatitudine,
che di crederla, e sí credendola,
già vederla cader vanita?
Oh! Mirando l'esempio, il fato,
triste Èdipo, che te perseguita,
mai niuno uomo dirò beato.
Antistrofe prima
Questi attinse, volgendo ad ardua
mèta l'arco, l'eccelsa sorte;
e, distrutta la fiera vergine
profetessa dal curvo artiglio,
poi piantatosi propugnacolo
di mia terra, contro la morte,
fu di Tebe detto signore,
e ne resse l'inclite redini,
circondato di sommo onore.
Strofe seconda
Or, chi di lui piú misero?
Chi s'ebbe ugual retaggio,
nel tramutar del vivere,
di cordoglio selvaggio?
ÈDIPO, inclito principe,
a qual porto fatale!,
a un letto nuzïale,
padre e figlio, sei giunto.
Come i paterni solchi te soffersero
muti, sino a tal punto?
Antistrofe seconda
Ma il tempo, occhio che investiga
tutto, t'ha disascoso:
ed il nefando talamo
danna, e il figlio ch'è sposo.
Ahimè, figlio di Laio,
mai non t'avessi visto!
Ché in cupo duol m'attristo,
rompendo in alti guai,
io che per te già fui salvato, e l'occhio
nel sonno alfin placai.
(Dalla reggia esce un servo, coi segni del piú vivo terrore,
e si rivolge al coro)
NUNZIO:
Oh voi che siete il sommo onor di questa
terra, che scempî ascolterete, che
scempî vedrete! Quanto lutto il vostro
sarà, se pur, com'è giustizia, amate
la progenie di Làbdaco! Io ben credo
che né l'Istro, né il Fasi mai potranno
questa casa lavar, purificarla
degli orror' che rinserra! E presto il male
al giorno si parrà: parrà spontaneo,
non mal suo grado: e piú gli affanni crucciano
che per libera scelta eletti sembrano!
CORIFEO:
Nulla, a quelli ch'io so, manca per essere
ben pïetosi: e tu, che dici a giunta?
NUNZIO:
La piú grave parola a dire, a intendere:
Giocasta, sangue dei re nostri, è spenta!
CORIFEO:
Misera! E autor chi fu della sua morte?
NUNZIO:
Ella si uccise. Ma di ciò che avvenne
manca il piú crudo: ché la vista manca.
Pur, quanto la memoria ancor mi vale,
i tormenti saprai di quella misera.
Come, in preda al furore, essa il vestibolo
ebbe varcato, al letto nuzïale
súbito corse, con ambe le mani
strappandosi le chiome; e, appena entrata,
serrò l'uscio di dentro, ed invocò
Laio, lo sposo da gran tempo spento,
e la memoria degli antichi amplessi
ond'ei fu morto, e lei lasciò, che al figlio
suo generasse un'infelice stirpe:
e al talamo imprecava, ove uno sposo
generò da una sposa, e figli, oh misera!,
da un figlio. - Ignoro come poi fu spenta:
ché irruppe urlando Èdipo, e per sua causa
veder la sorte non potei di quella;
ma volte le pupille ebbi a lui solo,
che s'aggirava per le stanze: errava,
e un ferro ci chiedeva, e dove fosse
la sua sposa non sposa, il campo duplice
ove esso e i suoi figliuoli ebbero vita.
Ed al furente un Nume la mostrò,
niun di quanti mortali presso gli erano.
Con un ululo orrendo s'avventò,
come se alcuno lo guidasse, contro
la doppia porta, e i cardini dai perni
divelse, e nella camera piombò;
e quivi a bende tortili si vide
la donna appesa. Ed ei, come la scòrse,
con un orrendo mugolo, meschino,
calò la salma appesa. E poi che a terra
giacque, vedemmo un orrido spettacolo.
Le fibbie d'oro onde sostegno avevano
le vesti della donna, svelse, ed alte
le sollevò su le pupille, e in queste
le conficcò, perché, disse, mai piú
non vedessero i mali ond'ei fu reo,
né quelli che patí, ma d'ora innanzi,
solo nel buio in quelli si affiggessero
che non dovean veder, né conoscessero
chi conoscer bramavano. Cosí
impreca, ed una volta, e piú, solleva
le palpebre, e le fora; e le pupille
sanguinolente bagnano le guance:
né dalla strage umide stille sprizzano,
ma negra pioggia e grandine sanguigna
scrosciano insieme. - Questi mali ruppero
non già da un solo, anzi da due: comuni
alla sposa e al consorte. Ahi! Fu l'antica
vera felicità; ma ora, gemiti,
morte, sciagura, vituperio, cerca
quanti nomi ha sciagura, e niuno manca.
CORIFEO:
Oh, sventurato! Ed ora, ha tregua il male?
NUNZIO:
Grida ch'apran la porta, e che alcun mostri
ai Cadmèi tutti quei che il padre uccise,
quei che la madre - orribili parole
diceva, ed io non le dirò - per essere
discacciato da Tebe, e non restare
nella sua casa, ad attirarvi il male
ch'egli imprecò. Ma di sostegno e guida
ora ha bisogno: il mal sue forze supera.
E da te presto lo saprai. Le porte
s'aprono già. Vedrai tale spettacolo
che l'odio stesso ne avrebbe pietà.
CONTINUA